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FESTIVAL OFFICINA TEATRO XI – 2007

Dato che manca poco, pubblico le date degli spettacoli che verranno messi in scena dai laboratori (a cui ho partecipato) dell’officina teatro XI. Nei prossimi post darò informazioni più approfondite.

IL CALENDARIO DEL FESTIVAL OFFICINA TEATRO XI

dal 26 Gennaio al 18 Febbraio  2007

Teatro Pasquale de Angelis – Roma

I MASNADIERI (già andato in scena)

26 e 27 gennaio ore 21.00; 28 gennaio ore 18.00

LA ZAPATERA

2 e 3 febbraio ore 21.00; 4 febbraio ore 18.00

LA PIAZZA RUSSA

9 e 10 febbraio ore 21.00; 11 febbraio ore 18.00

UOVO FRITTO- Storie da manicomio

16 e 17 febbraio ore 21.00; 18 febbraio ore 18.00

Sinossi e note di regia nei prossimi post.

Ode alle scenografie semplici…

Luzzati…Ovvero un addio a Emanuele Luzzati. Di lui mi restano le animazioni che tanto mi hanno incantato (Pulcinella e Il Flauto Magico su tutte), le fantastiche scenografie degli spettacoli di Paolo Poli, il suo libro che a volte mi ha aiutato ad allestire spettacoli quando la grana scarseggiava. Un addio ad un poeta dei colori. Ed immagino, con molta mestizia, che questa notizia interesserà pochi, pochissimi o quasi nessuno.

Salemme, chi?

Giorgia si preoccupa della presenza nell’ambiente del bel canto romano di Vincenzo Salemme. Giorgì, tira un respiro. Se gli fanno fare solo la regia teatrale non è affatto male. Mi spiego. Io stesso conoscevo Salemme solo per i film che aveva girato (e che mi avevano o lasciato indifferente o schifato). Durante il periodo con la compagnia “il Sorriso” il regista mi diceva che l’unico autore moderno sul registro comico, che lo avesse davvero sorpreso, era proprio lui. Ignoravo la parte “teatrale” di Salemme, il suo aver lavorato “piccirillo” con De Filippo, e l’aver scritto una delle più belle commedie con finale amaro degli ultimi tempi “…e fuori nevica”. Se non pretende di cantare, penso che non possa fare che bene alla messa in scena degli spettacoli.

Un colpo di tosse vi seppellirà

Spero in un post breve. E conciso. Breve e conciso. Mi intendo abbastanza di musica classica. Mi intendo un po’ meno di lirica. Mi intendo di Teatro. Lo vivo. L’equivalente del “Buu” loggionista in teatro è il pubblico freddo. Freddo e che tossisce. Il colpo di tosse in un teatro è come uno sparo verso l’attore. Mi voglio ricollegare all’articolo di Giorgia e di Gaspar. Libertà assoluta di tossire o di “buuare”, ma, cari loggionisti e cari tossenti, sappiate che non siete i latori ultimi della verità. Fate solo aumentare gli scettici verso una forma d’arte che, lo vogliate o no, si sta sclerotizzando. Anche per colpa vostra.

C’era un pero selvatico, un perastro…

pero_selvaticoA distanza di una settimana piccolo ragguaglio sullo spettacolo di Ascanio Celestini, questo dedicato al lavoro. Ha presentato frammenti di Fabbrica, ma anche un abbozzo del nuovo studio sul lavoro precario. In questo caso protagonista un telefonista del call center alle prese con il maniaco sessuale. L’elemento musicale questa volta in alcuno momenti ha quasi preso il sopravvento. Trio composto da Fisarmonica (Gianluca Casadei), Chitarra (Matteo D’Agostino) e Violoncello (Roberto Boarini), con oscillazioni fra il Jazz e la musica popolare. A sopresa (almeno per me) Ascanio canta e canta due canzoni dal sapore vagamente Gaberiano. Elemento presente sempre nelle sue narrazioni: la natura (nella fattispece il simbolico albero di pere selvatiche), natura che spesso vince anche sul mattone e il matto, il matto come portatore della verità che nessuno si vuole raccontare o sentirsi dire.
Torno a consigliare l’acquisto dei biglietti per i suoi prossimi due spettacoli della serie “Carta Bianca“, che si terranno a Dicembre e a Febbraio. Per il costo del biglietto ne vale davvero la pena.

Celestini Again

Questa* Domani sera (27 Ottobre) all’Auditorium parco della musica, finalmente sgombro dall’orda dei cinefili, torna Carta Bianca con Ascanio Celestini. Nel secondo dei quattro appuntamenti si parla del lavoro, partendo dallo studio fatto per preparare Fabbrica (ma non sarà una riproposizione di quello spettacolo). Anche questa volta sul palco con lui tre musicisti ad accompagnare il suo vorticoso parlato.

* Mi scuso per l’involontaria falsa notizia (ma forse consultando il link ve ne eravate accorti). A mia discolpa (o come punizione), pensate che io ci sono anche andato all’auditorium…

…Giufà aveva un cavallo…

giufaIeri sera è stata la volta dello spettacolo di Ascanio Celestini, il primo di quattro chiamati “carta bianca” (disperavo per i posti disponibili). L’atmosfera questa volta è completamente diversa. Vuoi un po’ per il caos che si sta iniziando a creare all’interno dell’auditorium per via dell’imminente festa del cinema, vuoi perchè Ascanio non si smentisce e te lo trovi che gira per la sala poco prima dello spettacolo salutando e chiacchierando con il pubblico. Scena ancora più semplice dello spettacolo di Daniele Formica, sul palco tre sedie di legno, di quelle classiche con la seduta dura, due microfoni per i musicisti (Matteo D’Agostino e Gianluca Zammarelli, che tirano fuori anche una “chitarra battente“) e un monitor. Stop. Ascanio va dietro le quinte e quasi subito sale sul palco, si siede, introduce brevemente l’argomento ovvero le storie di Giufà, che, come dice, ha tanti nomi diversi compreso zi’ Checco e che rappresenta lo stupido sapiente, lo stupido saggio, lo stupido che con le sue stupidaggini mette sempre nel sacco chi gli vuole nuocere.

I musicisti iniziano a suonare e parte la prima storia di Giufà, poi una seconda, giufà incontra un brigante, un prete vecchio (ma vecchio vecchio, avrà trecent’anni!), vende secchi, compra maiali, entra nei sacchi ma ne esce, sconfigge i fantasmi, insomma passa più di un’ora e mezza e neanche te ne sei accorto. Ovvio l’applausone per richiamarlo, e via altri due pezzi, questa volta il diavolo che gioca a carte con Dio e poi la gallinella che corre di bottega in bottega (questa, letteralmente, un vortice di parole). Finalmente visto dal vivo, Ascanio conferma quello che mi aveva sempre dato in radio. Senza fisicità eccessiva e con un modo di raccontare trascinante fa comparire tutti i personaggi del racconto praticamente senza alzarsi dalla sedia. Potevo immaginarlo dentro una scatola (come Giufà) con sopra disegnata con il pennarello l’immagine di una radio e mi avrebbe rapito comunque. Ci sono altre tre serate (una anche con Fresu alla tromba), ve lo consiglio vivamente (anche se non siete mai andati a teatro, ma magari un nonno che vi raccontava le storie lo avete o avevate).

Anatomia di (una) Formica

SmithwicksIeri sera sono andato all’auditorium per lo spettacolo di Daniele Formica, che si annunciava come una sorta di excursus sulla sua vita in Irlanda, con successivo viaggio fatto negli ultimi tempi. Sulla scena uno schermo per le foto (sul quale all’inizio campeggiavano le Cliff of Mohers, con sopra il titolo dello spettacolo), il pianoforte di Rita Marcotulli, una poltroncina rossa e un tavolino (sort of) con sopra un Mac (iBook) e alcuni libri. Pronti via si parte. In realtà è uno spettacolo in divenire, non so se ci saranno altre repliche, ed è uno spettacolo che mi ha colpito in maniera particolare. Daniele è nato li, in quei luoghi, che io sento molto vicini e che ho girato con dignita di un locale, non percorrendo sentieri prettamente turistici. Lui racconta lo straniamento e lo strazio, prima per lo strappo dalla terra, poi per la perdita del padre. Ma non si piange, no, insomma Daniele riesce a farti stare sempre con il sorriso sulle labbra, mentre cerca le parole, mentre ti parla di Joyce e di una sua splendida mostra, mentre ti fa vedere le foto, con i brani di improvvisazione della Marcotulli che ha un rapporto fisico, quasi carnale con il pianoforte. Lo psico-spettacolo a volte si slabbra un po’, è nella natura di questo tipo di sfogo. Però quando facciamo gli ultimi passi con lui, nel Connemara, dopo una vigorosa esperienza di Craic, a ritrovarsi con i suoi ricordi più riposti, faccia a faccia con una “Reunion” con tanto di bevute, strette di mano, di ricordi fotografici e di ricordi fisici, come un anello di fidanzamento della nonna che gli viene restituito, allora lo senti, in sottofondo, l’odore di quello stufato con le patate, il rumore dei passi degli avventori sulle tavole di legno del pub, dove un vecchio gli dice di “conservare la sua dignità”. Fai quasi il tifo per lui, per non farlo tornare, per farlo rimanere a fare gli spettacoli di strada perchè lo vedi, al di là della barbetta brizzolata, lo vedi il Peter Pan felice, sulla sua “isola che non c’è”.

Daniele, io non so se ti capiterà di passare su questa pagina, ma sappi che c’è una pinta di Smithwick’s che ti devo, e che ti offrirò ben volentieri, e le restanti 10 buche di quel giro che avevi iniziato prima di ripartire per Roma.

K Festival, anyone?

k_festivalLa preparazione del Podcast sta andando per le lunghe, causa vari impegni, ma per il momento la sigla è pronta. Nel frattempo ricordo a lorsignori che, in quello splendido luogo di perdizione (almeno per me) qual’è l’Auditorium, si sta consumando il K Festival, ovviamente dedicato a Mozart. Concerti, ma anche incontri musical-teatrali e proiezioni di film (Murray Abraham…sicuramente lo ha avvelenato lui, si si). Quindi muovete le chiappine e non trovate scuse tipo che costa troppo, che tanto per andarvi a vedere il film panettone tempo e soldi li trovate sempre.

Sempre all’auditorium, fuori dall’egida di S. Cecilia, ci sono due spettacoli magnifici. il 25 Settmbre c’è un attore che adoro: Daniele Formica, con uno spettacolo dal titolo “Erratic. Save Your name, Son!” in cui Daniele torna alle sue origini, origini che si trovano sull’isola di smeraldo (l’Irlanda) luogo che, ormai avrete capito, occupa un posto speciale nel mio cuore. Quindi a sentire un po’ di storie, sensazioni e ricordi, accompagnato dalla bravissima jazzista Rita Marcotulli, che ho ascoltato anche a Villa Celimontana. Invece rimanendo nella capitale (e dintorni) il 29 Settembre Ascanio Celestini arriva con le sue storie di pazzi (“Giufà, una vita da scemo“). Voglio andare a sentire dal vivo Ascanio, le sue performance vocali, specie su Radio3, mi hanno fatto sempre impazzire. Il suo flusso continuo di parole riesce ad evocare la presenza dei personaggi senza ricorrere a corporeità o altri trucchi.

Ok? Chissà, magari ci si incontra li.